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Esteri

“Non faccio biglietti d’auguri per il matrimoni gay” E la Corte Suprema dà ragione alla designer

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La decisione da parte della Corte Suprema dà ragione alla web designer: si era rifiutata di fare biglietti d’auguri per i matrimoni gay

Arriva una storica, ma anche controversa, sentenza da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. I giudici si sono espressi in merito ad una vicenda riguardante una web designer e i suoi servizi offerti.

La Corte Suprema dà ragione alla designer: può rifiutarsi di realizzare siti web per matrimoni gay – L’intellettualedissidente.it

La professionista si sarebbe rifiutata di realizzare su commissione siti web inerenti alle celebrazioni di nozze gay. Un rifiuto che è finito fino alla massima corte della magistratura federale degli Stati Uniti. Il giudizio, alla fine, è stato chiaro: ad avere ragione è la web designer, la quale può legittimamente rifiutarsi di realizzare siti  dedicati ai matrimoni gay. Una sentenza che ha fatto molto discutere e che ha riaperto un dibattito che coinvolge diritti, obblighi, ma anche rispetto delle minoranze e libertà lavorative.

La Corte suprema sta con la web designer: può rifiutarsi di fare siti per matrimoni gay

La notizia è di quelle che fanno rumore, e così è stato. La maggior parte dei grandi quotidiani e media statunitensi riportano la recente sentenza della Corte Suprema americana. Per i giudici Lorie Smith, 39 anni,  cristiana del Colorado – protagonista del caso – ha tutto il diritto di rifiutarsi di creare siti riguardanti le nozze omosessuali. Una scelta che fa discutere molto per via del dibattito – mai così accesso – riguardo i diritti delle coppie gay, ma anche per un – seppur apparente – contrasto con la legge statale.

La Corte Suprema si è espressa a favore della designer – L’intellettualedissidente.it

Secondo le norme del Colorado è vietato discriminare le comunità Lgbtq, ma questo non vieta, secondo quanto stabilito dalla Corte Suprema, ad una professionista di rifiutarsi di realizzare opere di cui non ne condivide il contenuto. La Smith, che è titolare dell’agenzia di design ha quindi il diritto di non esercitare i suoi servizi su commissione se questi hanno a che fare con nozze gay.

La donna si era rivolta alla Corte Suprema per poter esercitare il suo diritto di rifiutarsi di realizzare dei lavori su annunci di nozze omosessuali, appellandosi al Primo Emendamento della Costituzione americana. La norma in questione è quella che sancisce e, in un certo senso, tutela, la libertà di parola, in modo che nemmeno le leggi dei vari Stati americani possano interferire con l’esercizio religioso. La web desiger, infatti, ha dichiarato che non poteva essere costretta – nemmeno per legge – a realizzare i siti richiesti, in quanto sarebbe stata una vera e propria limitazione della sua libertà di culto.

Quello della Web designer non è un caso fin troppo recente. La Smith, infatti, si era già rivolta al tribunale nel 2016. In quel caso la donna aveva richiesto la possibilità di ottenere un’esenzione dalla legge dello stato del Colorado, che appunto stabiliva il divieto di discriminazioni, tra cui anche quelle relative all’orientamento sessuale. Tuttavia, il tribunale federale di Denver aveva rigettato la richiesta, affermando che la donna non poteva esimersi dal rispettare la legge del Colorado. La donna aveva quindi deciso di rivolgersi alla Corte Suprema, la quale è arrivata alla storica decisione, dandole ragione.

La decisione della Corte Suprema e i risvolti per il futuro

Sono stati 6 i voti a favore, mentre 3 i contrari – L’intellettualedissidente.it

La conclusione dell’iter processuale avvenuto in questi anni su questo caso, dunque, ha portato i giudici ad una decisione definitiva: ad avere ragione è la designer cristiana. I voti a favore della Corte sono stati 6, ovvero quelli provenienti dai saggi conservatori, mentre i 3 contrari sono arrivati dall’area liberale. Per la Corte ciò che è stabilito dal Primo Emendamento permette alla Smith di non dover sottostare alla legge stabilita nello stato del Colorado e, quindi, di potersi rifiutare di offrire i propri servizi quando non condivide le idee di un determinato committente.

Si tratta, come abbiamo detto, di una decisione storica vista come una vittoria sulla comunità Lgbtq da molti gruppi religiosi del Paese (e non solo).  La sentenza potrà infatti diventare un precedente su cui potranno poggiarsi quelle persone che, in nome della libertà di espressione, decideranno di rifiutarsi di offrire servizi di questo tipo.

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